La domus di piazza Nogara: mosaici romani e l'eredità di Carlo Scarpa
Capita, a Verona, di camminare su strati di storia senza rendersene conto. È esattamente quello che succede in piazza Nogara, dove sotto la sede della Banca Popolare di Verona si conserva uno degli esempi più completi e meglio preservati di abitazione privata romana dell'Italia settentrionale. La domus fu scoperta nel 1976, a oltre tre metri di profondità, durante i lavori di costruzione dell'edificio bancario: un ritrovamento che cambiò i piani del cantiere e consegnò alla città un patrimonio di straordinario valore.
Quello che rende questo sito davvero speciale non è solo l'antichità della struttura — costruita sul finire del I secolo a.C. — ma la sua eccezionale leggibilità. Camminando tra gli ambienti sotterranei si riesce ancora a intuire la logica degli spazi, la cura con cui erano pensati i dettagli, il livello di raffinatezza a cui aspiravano i suoi abitanti.
La struttura della domus
L'abitazione si sviluppava su un unico piano per una superficie di circa 400 metri quadrati, con il fronte principale affacciato su un cardo (la via nord-sud della città romana) corrispondente all'attuale via San Cosimo. Il cuore della casa era un cortile centrale attorno al quale si organizzavano tutti gli ambienti, secondo il modello tipico della domus romana. In una fase successiva alla costruzione originaria, questo spazio aperto fu arricchito con un portico su tre lati, le cui colonne in tufo locale, probabilmente rivestite di stucco con capitelli tuscanici, erano disposte a distanze irregolari per non ostacolare la luce naturale che entrava negli ambienti circostanti. Il cortile stesso, inizialmente in terra battuta, venne poi lastricato in pietra bianca e completato con due vasche addossate alla parete e una fontana sull'asse centrale, del quale si conservano ancora il fondo in marmo greco e gli impianti in bronzo.
La trasformazione più significativa avvenne a cavallo tra il II e il III secolo, in epoca severiana, quando la domus fu oggetto di un rinnovamento importante: vennero realizzate le pavimentazioni a mosaico che ancora oggi si possono ammirare, probabilmente tutte opera di un'unica bottega artigiana. La qualità e la ricchezza di questi interventi testimoniano una condizione economica florida della città in quel periodo — un segnale che accomuna questa abitazione ad altri edifici veronesi dello stesso periodo.
I mosaici
I mosaici sono la parte più visivamente sorprendente del sito. Negli ambienti affacciati sulla strada si conserva una pavimentazione con pannello centrale suddiviso in tre sezioni, decorato con rombi e croci policromi intrecciate, affiancata da uno zoccolo a riquadri rossi e gialli. Poco più in là, un secondo ambiente presenta una pavimentazione con quadrati decorati a pelte, lo scudo a mezzaluna tipico del repertorio romano, alternati a cerchi con diversi motivi geometrici. Sul lato orientale del cortile, invece, si trovavano gli ambienti invernali, dotati di un impianto di riscaldamento a ipocausto, con il pavimento rialzato per permettere la circolazione dell'aria calda prodotta da una caldaia. Le stanze di soggiorno invernale sono tra le più eleganti: una presenta le pareti rivestite di marmo rosso di Verona e un mosaico con ottagoni e quadrati attorno a un rettangolo centrale; l'altra sfoggia un pavimento con nastri policromi che delimitano campi decorati con motivi vegetali, un calice e un cesto di vimini. Sul lato nord, invece, si trovavano probabilmente gli ambienti estivi, caratterizzati da ampie aperture e pavimentazioni più semplici.
L'architetto Carlo Scarpa
A rendere ancora più straordinaria la visita è il fatto che la musealizzazione del sito sia stata progettata da Carlo Scarpa, uno degli architetti italiani più importanti del Novecento, lo stesso cui fu affidata la progettazione dell'intero edificio bancario. Scarpa era maestro nel dialogo tra antico e contemporaneo, e il suo intervento ha trasformato gli spazi sotterranei in un percorso di visita capace di rispettare e valorizzare le strutture romane senza sovrastarle.
Gli ultimi segni di vita dell'abitazione sono tragici: tracce di combustione diffuse, databili alla fine del VI secolo, fanno pensare che la domus sia stata abbandonata in seguito al grande incendio che nel dicembre del 589 devastò gran parte di Verona, un episodio documentato dallo storico Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum. Dopo quella notte, la casa non fu più ricostruita, e rimase sepolta per oltre quattordici secoli.