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Monumento | Palazzo dei Diamanti (o Palazzo Sansebastiani) Dove 📍 | Angolo tra via Enrico Noris e via Anfiteatro, Verona Architetto 🏛️ | Attribuito a Bernardino Brugnoli (completato nel 1582) Caratteristica principale ✨ | Facciata con pietre tagliate a punta di diamante Da non perdere 👁️ | Il portale con frontone spezzato, le vittorie alate e le bifore ioniche al piano nobile Uso attuale 🏢 | Sede dell'AGEC (Azienda Gestione Edifici Comunali) Info ℹ️ | Visibile dall'esterno, nel centro storico di Verona

Nel cuore del centro storico di Verona, all'angolo tra via Enrico Noris e via Anfiteatro, si trova un edificio che attira lo sguardo per una ragione molto semplice: la sua facciata sembra ricoperta di gemme. Palazzo dei Diamanti - conosciuto anche come palazzo Sansebastiani - deve il suo nome alle pietre tagliate a punta di diamante che ne rivestono le superfici esterne, creando un gioco di luci e ombre che cambia con il variare dell'illuminazione durante la giornata. Un effetto visivo sorprendente, capace di distinguere questo edificio da tutto ciò che lo circonda.

Chi conosce Ferrara potrebbe trovare qualcosa di familiare: l'omonimo Palazzo dei Diamanti ferrarese, costruito nel 1495 su progetto di Biagio Rossetti, è il riferimento più celebre per questo tipo di rivestimento. Quello veronese è meno noto, ma non per questo meno affascinante.

Una famiglia, una moglie intraprendente e un'architettura proto-barocca

La storia dell'edificio affonda le radici nel Quattrocento, quando sul terreno dove sorge oggi il palazzo si trovava già una dimora della famiglia Cappella, una casata che nel tempo aveva acquisito un peso crescente nella vita pubblica veronese: alcuni suoi esponenti sedevano nel Consiglio cittadino e nel 1573 ottennero il titolo di conti di Salizzole.

A decidere di costruire il palazzo che vediamo oggi fu Camillo Cappella, giureconsulto e uomo pubblico di spicco. I suoi numerosi impegni, però, lo tennero spesso lontano dal cantiere, e a seguire concretamente i lavori fu la moglie, Elena Sansebastiani. Una figura tutt'altro che marginale: una lapide conservata all'interno del palazzo la ricorda esplicitamente come colei che volle e supervisionò la costruzione, riportando anche l'anno di completamento dei lavori: 1582. Un'iscrizione rara per l'epoca, che restituisce a una donna il merito di un'impresa architettonica.

Il nome del progettista non compare nei documenti, ma gli storici dell'architettura hanno avanzato un'ipotesi convincente: l'edificio sarebbe opera di Bernardino Brugnoli, architetto veronese imparentato con il ben più celebre Michele Sanmicheli. Le sue opere si riconoscono proprio per quella fusione tra classicismo sanmicheliano e manierismo spinto, che in questo palazzo raggiunge esiti anticipatori del gusto barocco — come testimonia il frontone spezzato che corona il portale d'ingresso, un elemento che nella Verona del Cinquecento suona già come un annuncio del secolo successivo.

Il portale è del resto uno dei punti più interessanti dell'edificio: colonne doriche reggono una trabeazione decorata con metope e triglifi, e ai lati dell'archivolto si distinguono due vittorie alate nei pennacchi. Al piano nobile, invece, l'architettura si fa più sobria ma non meno raffinata, con bifore a capitelli ionici e archi a tutto sesto che scandiscono il prospetto con eleganza.

Il palazzo ha attraversato anche momenti difficili: i bombardamenti della seconda guerra mondiale causarono danni significativi alla struttura. I lavori di restauro furono però completati già nel 1950, e a ricordo dell'evento fu aggiunta un'iscrizione sopra il portale d'accesso, ancora oggi visibile, che riporta le date della distruzione e della ricostruzione - una piccola memoria storica incastonata nella pietra.

Nel corso dei secoli il palazzo cambiò più volte proprietà, ospitò nel 1585 l'Accademia Filotima — istituzione militare poi trasferita alla Gran Guardia — e nei primi decenni del Novecento fu acquistato dalla Banca Cattolica di Verona. Oggi è sede dell'AGEC, l'Azienda Gestione Edifici Comunali.

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